La Festa del Crocifisso in Resuttano nel XIX sec.
Ancora una volta ci si deve rifare a Giuseppe Pitrè
(1841 - 1916) per conoscere una parte
delle nostre tradizioni. Grazie ai suoi scritti infatti, siamo in grado di
“rivivere” momenti anche della nostra storia resuttanese, come avviene per
questo racconto della festa del Crocifisso nel sec. XIX.
Considerare il Pitrè il fondatore di una “scienza
folkIoristica” (o “demopsicologica”, come lui la definì), sembra riduttivo,
poiché tutta la sua opera ci parla di un popolo con il suo sapere, le credenze,
l’arte, la morale, il diritto ed il costume, cioè tutto quello che possiamo
definire in due parole antropologia culturale.
Infatti in questo scritto si riesce a vedere di più
del racconto di un giorno di festa religioso della nostra comunità, cioè di un
semplice racconto di folklore, poiché sono visibili i segni di un sentire
poetico, spirituale, sentimentale, ‘ricreativo.
Lo scritto inizia con un accostamento del modo di
festeggiare la festa del crocifisso a Resuttano con quello di altri paesi
viciniori e non, ma subito mette in evidenza le particolarità di una festa che
sembra nascere da un fatto ben preciso già raccontato da COMUNITA’ IN CAMMINO
che è quello della “Leggenda del Crocifisso di Resuttano”.
A questa leggenda il Pitrè fa risalire anche la nascita
delle “parti” che cantano la passione di Gesù Cristo e dei dolori della Vergine
la quale ad un certo punto esclama:
“Figliu, ca ti partisti comu
gigliu,
Ora ti vtju tuttu fra
gilatu:
Chianciri ti vurria, pena mi
pigliu
Risguardannu la chiaga di lu
latu.
‘Nchìnati, Cruci, e dunami a
mè Figliu;
Fa/lu pri chiddu Diu ca nn
‘ha criatu.
O Spirdu Santu, dat/mi
cunsig/iu,
Cà Cristu è mortu pri lu mè
piccatu.”
“Nella processione del 4 (Maggio) tutti i Santi del
paese, poco più di una dozzina, fanno corteggio al Crocifisso. La sfilata
delle confraternite, delle bande musicali, delle statue, dei devoti tutti è
guardata con occhio lieto: ma quella del Crocifisso con vera commozione. La
figura per se stessa e la penosa idea che si affligge al Dio che umanandosi
incontra il supplizio per le altrui colpe, la musica profondamente malinconica,
le preci che vengono ricordando i tristi momenti della crocifissione, i
penitenti che tengon dietro a piedi scalzi, qualche bambino adagiato nella
bara, paralitico, deforme, cieco, muto, che si attende con ansia di veder
guarito: tutto concorre a quella religiosa tristezza. La sola nota, vorrei
dire, allegra, sono i mazzi di rose, di spighe e di fave verdi attaccati alla
macchina.
La quale come fu prima ad uscire così lo è ad entrare,
perché quando tutti gli altri simulacri son giunti innanzi la chiesa, con
pronte manovre prestabilite, uno dopo l’altro, compresa la Immacolata, compresi
5. Giuseppe e l’Ecce Homo, seguono il Crocifisso.
Ma non sempre gli è concesso di rimanere tranquillo
per tutto un anno. Se per soverchio e prolungate piogge, se per eccessiva
siccità la campagna è esposta a qualche pericolo, il popolo non trova miglior
partito di quello di chiedere, di reclamare la uscita del Crocifisso. E’
inutile che il Parroco si opponga: il Crocifisso s’ha da uscire, e guai ad
opporsi! E poi che cosa si chiede se non il trasporto della statua dalla Chiesa
maggiore a quella delle Anime Sante, che è luogo di penitenza? Che c’è di male
se, condotto in quella chiesa, lo si prega, lo si scongiura di far venire il
buon tempo?
Due particolari sfuggiti: primo, che qualche ora
innanzi la uscita del Crocifisso, il di 4 Maggio, si esegue sulla piazza il giuoco
dell’antenna, coi soliti premi di fazzoletti, berretti di cotone, coltelli,
torrone a chi sarà buono ad arrampicarsi per un’asta d’una dozzina di metri e
unta e bisunta di sapone e di raggiungerne la cima; secondo, che si ha come
piatto prelibato di quel giorno la frittedda, fave verdi cotte e condite (da
comunicazione del sig. Giovanni Rodanò).”
Giuseppe Polizzi