“Carnilivari” a Resuttano
La festa del Carnevale nel paese di Resuttano ha ormai perso le sue caratteristiche tradizionali e folcloristiche. Si assiste ad una sfilata di carri e di maschere la terza domenica di Carnevale, ma non vi è più alcun segno né ricordo della tradizione di “Carnilivari”.
Andando a domandare alle persone anziane del mio paese riguardo alla tradizione carnascialesca della loro gioventù, ho scoperto come questa festa fosse sentita in modo più forte e continuo.
Chiedendo alla “zi Minica”, ho saputo che intorno al 1935, quando aveva 15 anni, si divertiva moltissimo: la festa iniziava la prima domenica di Carnevale, quando si andava alle feste di ballo organizzate nelle case più grandi. Si spostava il letto e si teneva “u suonu”.
“U juovi cummari” primo giovedì di Carnevale, a “zi Rusulia a Re” che aveva la casa grande, chiamava tutte le fanciulle perché l’aiutassero, portando ognuna qualcosa, chi le uova, chi la farina, chi l’olio, a fare gli gnocchi con il sugo di maiale, da mangiare tutti insieme a mezzogiorno. Oltre agli gnocchi preparavano i “guasteddi fritti nna patedda”, da mangiare la sera durante la festa da ballo.
Il giovedì successivo era “u juovi garzaluoru o grassu” nel quale si comprava il lardo e la carne di maiale, e si consumava prima della Quaresima.
Dice la “zi Minica” che “ppi lu juovi garzaluoru, cu unn’avi grana si ‘mpigna u filluolu”.
Il giorno dopo era “u venneri du zuppiddu, cu unn’avi ‘ncammara, guai ppi iddu”. Visto che ormai il Carnevale era agli sgoccioli, chi non aveva potuto acquistare la carne in quei giorni non poteva più mangiarla per la Quaresima.
Infatti, “guastedda fritta e sazizza su ppi carnilivari”.
A questo proposito la “zi Minica” ma ha raccontato che la seconda domenica di carnevale del 1932 suo padre aveva acquistato del maiale. La notte seppero che era morto lo zio, fratello del padre, così i genitori andarono nella casa del defunto lasciando la carne vicino ad un “purtiduzzu o friscu” per non farla andare a male (allora non c’erano frigoriferi).
Purtroppo il giorno dopo la carne non c’era più per colpa di un gatto che, durante la notte, aveva banchettato. Il guaio però era che ormai tutti i figli avevano l’acquolina in bocca. Ma nessuno poteva andare ad acquistare altra carne, sia perché erano a lutto, né potevano usare la cucina perché il fumo avrebbe dato notizia ai vicini che stavano cucinando, sia perché stava cominciando la Quaresima.
La terza domenica di Carnevale tutti si vestivano in maschera. Diversi “viddani” col fieno costruivano un fantoccio, Carnilivari, che portato in giro per le strade del paese sul dorso di un asino, con attorno al collo della salsiccia, era seguito dalla musica di una fisarmonica e da tanta gente. Importanti figure erano quelle di un giudice, un avvocato, due carabinieri, tutti coi vestiti ufficiali e la madre di Carnilivari con un grande “scialluni ‘ntesta” che “cianciva a vuci forti” perché stavano portando suo figlio al processo.
Ebbene, sì, Carnilivari era accusato! Accusato di aver rubato… la salsiccia e sicuramente condannato perché non poteva pagarla.
Durante il processo, infatti, il reo incatenato dai due gendarmi, veniva difeso dall’avvocato, ma poi condannato dal giudice con motivazioni che facevano ridere tutta la folla.
La condanna consisteva nell’uccisione con una lunga spada nella piazza centrale. Dopo la condanna a morte tutti gridavano: “Finì Carnilivari, mali ppi tia ca nun ti ‘ncammarasti”!
La serata si concludeva con le feste da ballo in cui si mangiava la salsiccia rubata da Carnilivari.
Gli ultimi due giorni del Carnevale, lunedì e martedì sono “ i iorna du picuraru”.
Si racconta infatti che durante la festa del Carnevale, il padrone di una masseria sia andato a festeggiare, lasciando la sua proprietà in custodia al giovane pastore.
Tornato poi a casa, a festeggiamenti avvenuti, mandò il pastore a festeggiare a sua volta.
Questi, giunto vicino ad una fontana, vide “u Signori” che gli chiese dove andava e saputo che si stava recando a festeggiare il Carnevale gli concesse due giorni di proroga dicendo: “sti du iorna su ppi tia”.
Con la guerra, la vecchia tradizione si è persa sino a quando nel 1951un gruppo di giovani ha, per tre anni consecutivi, reinscenato il processo a Carnilivari in modo più spettacolare.
Il signor Nino mi racconta che oltre alle tradizionali figure di Carnilivari, impersonato da un giovane, la madre, il giudice, l’avvocato, sono stati aggiunti il padre, la fidanzata, una squadra di carabinieri e una di soldati.
L’ultima domenica i soldati a cavallo giravano per le strade del paese alla ricerca di Carnilivari che aveva contratto debiti con tanta gente.
Carnilivari, a dorso di un asino, scortato dai carabinieri a cavallo, percorreva un’altra strada del paese. Ad un orario prestabilito i due squadroni si incontravano nella piazza antistante la Chiesa Madre, dove il reo veniva arrestato.
Carnilivari aveva attorno al collo la salsiccia che aveva rubato e per la quale veniva processato.
L’imponente sfilata di cavalli, di soldati e carabinieri, giunta in piazza, incontrava l’asino di Carnilivari che, non ragliando in segno di saluto, costringeva il signor Damiano, altro partecipante alla festa, da me interpellato, a questa rima introduttiva:
“Ringraziu lu patruni di lu sceccu
Pietru Burgisieddu, uomu rettu,
di stu granni amicu un puozzu dubitari,
ca lu sceccu l’avi a mannari a studiari”.
Su un balcone si svolgeva il processo, tra le lacrime e le urla della madre, un uomo vestito da donna che “arripitava” dalla mattina frasi ridicole e ambigue. L’avvocato iniziava dicendo:
“Primu ca si parra di debiti fatti, la liggi voli ricivuti scritti, iè nutili ca chistu collega di debiti addotti, ca Carnilivari iè omu correttu”.
Indicando poi la fidanzata di Carnilivari aggiungeva: “Viditi sta picciotta ch’è priata, ca prestu ha amatu lu so fidanzatu,, currì ppi nni idda senza sciatu,, purtannucci un cannuolu ‘ncilippatu”.
Anche Carnilivari si rivolgeva alla fidanzata: “Bedda amurusa, quantu si bedda, ca ià na facci di vutedda, nenti ti manca ppi essiri bedda, a parma nni li manu ca i corna ci l’hai”.
Tanti altri personaggi arricchivano la “Carnivalata”. Il padrone delle galline rivoleva le galline rubate da Carnilivari: “Per me il torto lo do a donna Pippina, pirchì du polli si sciarriavanu ppi na gaddina”.
La “Carnivalata” proseguiva anche nelle feste da ballo durante la serata e il condannato veniva portato di casa in casa fino a quando a mezzanotte precisa veniva infilzato ovunque si trovasse.
“I ciciri caliati, a sazizza , u vinu e cosi duci” raccolti durante il giorno per il paese dai mascherati, venivano poi mangiati durante la notte dagli organizzatori della festa.
Questa di seguito è la poesia che caratterizza il personaggio di Carnilivari e che quasi tutti ancora ricordano:
“Carnilivari ‘ncapu lu cuozzu
‘ncazi di tila senza un lazzu
e la mulleri ccu l’alligrizza
a muzzicuni si mangia a sazizza.
Carnilivari era un capu fumatori,
ca mai vuliva travallari,
tutti cosi vuliva accattari
e mai vuliva pagari.
Nni lu furgiaru ci aviva na talla,
ca s’ava fattu fari na gradilla,
e n’atra talla aviva a lu cuozzu
ca s’ava accattatu lu tumazzu.
Li ficu l’accattava trizzi, trizzi,
a lu pagari…
Ivana Giunta